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La moda ha una cultura, un linguaggio e dei codici. Anche quando il protagonista ha quattro zampe. Eppure, nel settore pet, sembra che basti un cappottino per improvvisarsi fashion editor.
C'è una domanda che prima o poi qualcuno doveva fare.
Perché nel mondo pet tutto è concesso?
Perché basta aprire un profilo Instagram, fotografare un cane con un fiocco in testa, aggiungere due hashtag e improvvisamente si diventa esperti di moda, interpreti delle tendenze, osservatori dello stile contemporaneo?
Nel fashion system, quello vero, per parlare di moda bisogna quantomeno sapere di cosa si sta parlando.
Conoscere i tessuti, le proporzioni, le silhouette. Avere familiarità con la storia del costume, capire come nascono le tendenze, distinguere un riferimento estetico da una copia mal riuscita. Sapere perché un certo taglio funziona, da dove arriva un determinato linguaggio visivo e quale cultura lo ha prodotto.
Non è obbligatorio aver lavorato per Vogue, frequentato il Central Saint Martins o trascorso vent'anni nel backstage delle sfilate milanesi.
Ma una cultura della moda, quella sì, sarebbe gradita.
Nel pet, invece, pare che l'unico requisito sia possedere un cane.
E qui comincia il divertimento.

Diciamolo.
Se il tuo guardaroba sembra il risultato di un acquisto compulsivo su una piattaforma di fast fashion, se il tuo rapporto con i colori è un conflitto irrisolto, se confondi l'eccentricità con l'assenza totale di criterio estetico, forse prima di spiegare al mondo le nuove tendenze del pet fashion dovresti farti qualche domanda.
Perché la moda richiede occhio.
E l'occhio si educa.
Non basta tingersi i capelli di un colore improbabile, indossare una tuta, aggiungere un cappellino e dichiararsi creativi. L'eccentricità può essere straordinariamente chic. Pensiamo ad Anna Piaggi, a Iris Apfel, a certi personaggi che hanno trasformato il proprio aspetto in un linguaggio culturale.
Ma dietro quelle scelte c'erano conoscenza, ricerca, riferimenti.
Il cattivo gusto, invece, rimane cattivo gusto anche quando viene fotografato con un bulldog francese. un chihuahua, un barboncino o un jack russell. Perché SÌ, sono soprattutto certe improbabili pet parent degli small dogs a essere convinte di rappresentare la versione a quattro zampe di Anna Wintour.
Le Anna Wintour Dog Edition. Senza il talento, senza la cultura della moda e, soprattutto, senza il guardaroba.

Un altro grande equivoco del nostro piccolo universo a quattro zampe.
Lo street style.
Ormai qualsiasi combinazione di felpa, sneakers e cappellino viene definita street style. Basta aggiungere un guinzaglio colorato e abbiamo persino lo street style pet.
Peccato che lo street style abbia una storia precisa.
Nasce dall'osservazione di come le persone interpretano la moda fuori dalle passerelle. Si intreccia con le sottoculture urbane, la musica, lo skate, l'hip-hop, la cultura giovanile, la fotografia e i cambiamenti sociali.
Ha prodotto codici estetici riconoscibili, influenzato designer e maison, trasformato capi ordinari in simboli culturali.
Pensiamo alla fotografia di Bill Cunningham per le strade di New York, al lavoro di Shoichi Aoki sulla scena di Harajuku o all'influenza delle culture urbane sulle collezioni contemporanee.
Lo street style può essere sofisticato, provocatorio, volutamente scomposto. Può persino essere brutto, almeno secondo i canoni tradizionali.
Ma quella bruttezza, quando è una scelta estetica consapevole, ha un significato.
Una tuta qualsiasi resta una tuta qualsiasi. Il cappellino non fa il miracolo.
E un cane vestito come il proprietario non diventa automaticamente un editoriale di moda.
Chiariamo un altro punto.
Non c'è nulla di scandaloso nel raccontare prodotti commerciali, accessori economici o piccoli acquisti destinati ai nostri animali.
Il mercato pet comprende fasce di prezzo diverse, esigenze differenti e consumatori con disponibilità economiche altrettanto diverse.
È perfettamente legittimo parlare di un impermeabile da quindici euro, di una pettorina acquistata online o di un maglioncino prodotto in serie.
Il problema nasce quando si confonde la presentazione di un prodotto con l'analisi della moda.
Fare shopping non significa fare informazione fashion.
Un conto è proporre una selezione di accessori convenienti. Un altro è raccontare una tendenza, spiegare l'evoluzione di un'estetica, riconoscere un'influenza proveniente dalle passerelle o analizzare il lavoro creativo di un designer.
Anche la moda commerciale richiede competenze per essere raccontata seriamente.
Perché il prezzo non determina la qualità del discorso.
Si può scrivere un articolo intelligente su Shein e uno assolutamente inconsistente su Chanel.
La differenza la fa chi scrive.
Nel mondo fashion esistono testate specializzate nel lusso, magazine dedicati allo streetwear, pubblicazioni che analizzano il mercato mass market e piattaforme che raccontano il consumo accessibile.
Ognuna può avere una propria identità editoriale.
Nel pet, invece, troppo spesso tutto finisce nello stesso calderone: lusso, artigianato, produzione industriale, accessori da marketplace, capi firmati, fiocchetti e tutine.
Tutto fashion.
Tutto trendy.
Tutto incredibilmente confuso.

Ed è questo il punto che ci interessa davvero.
Il pet fashion ha sviluppato negli anni un linguaggio estetico sempre più articolato. Ci sono designer che studiano vestibilità e materiali, brand che lavorano su collezioni coerenti, artigiani che conoscono le esigenze anatomiche degli animali e realtà che costruiscono una propria identità stilistica.
Ci sono riferimenti alla moda umana, reinterpretazioni di capi iconici, collaborazioni con maison e progetti che meritano attenzione critica.
Ma per riconoscere un lavoro interessante bisogna saperlo leggere.
Un cappottino ispirato alla sartoria britannica non è interessante semplicemente perché ha un motivo tartan.
Una pettorina minimalista non diventa design perché è beige.
Un accessorio ricoperto di cristalli non è automaticamente lusso.
E una collezione rosa shocking non rappresenta necessariamente una tendenza solo perché qualcuno ha deciso di chiamarla Barbiecore.
Le parole hanno un significato. Le tendenze hanno un'origine.
La moda possiede una memoria.
Ignorarla e continuare a distribuire etichette fashion a qualsiasi prodotto significa impoverire il settore che si pretende di raccontare.
Argomento delicato, soprattutto in un'epoca in cui tutti sembrano avere paura di esprimere un giudizio estetico.
Chiariamo: vestirsi bene non è una condizione indispensabile per diventare un bravo giornalista di moda. Esistono critici straordinari che non hanno mai avuto alcuna intenzione di trasformarsi in icone di stile.
La competenza non si misura dal prezzo della borsa o dalla firma sull'etichetta.
Tuttavia, quando qualcuno costruisce la propria autorevolezza esclusivamente sulla presunta capacità di riconoscere il bello, il proprio linguaggio estetico diventa inevitabilmente parte del messaggio.
E allora sì, qualche contraddizione salta agli occhi.
Se ti presenti come arbitro del gusto ma non sai distinguere un abbinamento intenzionalmente irriverente da un'accozzaglia casuale, la questione non è il tuo guardaroba.
È la tua credibilità.
Il gusto personale è libero.
La competenza professionale, invece, deve avere qualche fondamento.
Forse è arrivato il momento di alzare leggermente l'asticella.
Di distinguere chi produce accessori da chi progetta moda. Chi vende prodotti da chi analizza tendenze. Chi racconta un brand da chi possiede gli strumenti culturali per interpretarne il lavoro.
E magari di smettere di utilizzare parole come couture, luxury, iconic, street style e fashion trend come fossero decorazioni da aggiungere a una caption.
Perché nel mondo pet esistono professionisti seri, creativi preparati e marchi con una ricerca estetica autentica.
Metterli sullo stesso piano di chiunque abbia scoperto ieri l'esistenza di un cappottino leopardato non rende il settore più inclusivo.
Lo rende meno credibile.
Noi di Pet Society Magazine continueremo a osservare il pet fashion con gli stessi occhi con cui guardiamo la moda, il design e la cultura contemporanea.
Con curiosità. E con spirito critico.
Perché amare i cani è meraviglioso.
Ma non conferisce automaticamente una laurea immaginaria in fashion styling.
E se proprio vogliamo parlare di tendenze, cominciamo da quella che nel pet sarebbe davvero rivoluzionaria.
LA COMPETENZA.
Pet Society Magazine — Fashion, Culture & Pet Lifestyle